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Online Reputation: vediamo come si calcola

Reputation, reputation, che ossessione.
Ricordo che quando ormai 4 o 5 anni fa vidi il primo tool per la misurazione della reputazione rimasi senza parole.
Un tool americano che, lavorando su un progetto di promozione turistica della Regione Toscana, ci permise di recuperare e analizzare qualcosa come mezzo milione di mentions (frasi) in un periodo di 2 anni.

Hop! Saltino in avanti e arriviamo al 2012 (quasi 2013 ricordando “Non ci resta che piangere”), durante i quali in Italia e nel mondo sono stati sviluppati alcuni sistemi per il monitoraggio e l’analisi del sentiment e della reputation.
Negli ultimi mesi, cogliendo l’occasione di una serie di progetti per alcune importanti aziende con un forte orientamento all’internazionalizzazione, e quindi non bastandomi più una analisi nelle sole lingue italiane ed inglese ho nuovamente approfondito il tema arrivando a fare un benchmark su oltre 40 applicazioni per la rilevazione della online reputation.

Stillare una classifica sarebbe molto antipatico, anche perchè la mia azienda sviluppa al suo interno un proprio sistema, e quindi mi limito solo a qualche considerazione di carattere generale.
Il panorama italiano è presidiato; pochi tool ma che funzionano tutti più o meno mediamente bene e sicuramente sulla lingua italiana meglio di qualunque altro sistema “straniero”.
I sistemi sviluppati negli States o in Nord Europa ci surclassano invece sulla numerosità delle lingue ulteriori all’inglese e sulla capacità di recuperare informazioni (ho provato un sistema che, su brand molto famoso, in una notte di lavoro ha recuperato +40 Milioni di mentions in 15 lingue).

Gli aspetti che sono andato a valutare sono sostanzialmente 3.

Il primo aspetto è legato alla capacità di recuperare informazioni (numero di siti, lingue, tempo di acquisizione, keyword, frequenza di indicizzazione).
Alcuni tools hanno un set finito di siti sui quali fanno analisi, altri permettono di inserirne a piacimento, altri ancora si appoggiano a Google o Bing per avere un set potenzialmente infinito di siti da indicizzare. Alcuni indicizzano e generano risultati di ottima qualità ma sul lungo periodo, altri sono invece in grado di recuperare, prova fatta da me, oltre 1 Milione di mention in 1 ora di lavoro. E infine le keyword: in qualche caso si cerca una Keyword o la keyword e i suoi sinonimi, in altri la keyword e la sua vicinanza semantica, in altri casi i contratti prevedono una assoluta libertà di cercare cosa si vuole, quando si vuole.

Dobbiamo poi valutare in secondo luogo la tecnologia con la quale si individuano le mentions e il modo in cui queste si analizzano.
Le modalità sono sostanzialmente 4: a keyword, semantiche, di interpolazione e infine miste che utilizzano in pesi differenti le prime 3. Non me ne vogliano gli altri ma qui, chi ha alla base tecnologie semantiche, meglio se adattive e ad apprendimento, stacca i competitors. Anche se in verità, alcuni tools che lavorano su 5, 10 o più lingue, riescono ad avere buoni risultati in tecnica mista, risparmiando gli onerosi investimenti del mondo semantico.

Ultimo aspetto che ho infine considerato la reportistica sulla quale si apre un mondo: report fissi, report dinamici, ad uso del cliente finale, ad uso della media agency, on demand, periodici… Infinite opzioni.

Bene, detto tutto ciò quale è il sistema migliore?
Impossibile dirlo in assoluto; ogni progetto è storia a se e quindi caso per caso è necessaria una valutazione anche in termini di costi/benefici su quale sia la miglior soluzione da adottare.

Infine una curiosità.
Il benchmark che ho effettuato non si è basato sulle schede dei prodotti, peraltro quasi sempre introvabili o gelosamente custodite dai vendors, quanto sul fatto che ho avuto a disposizione per un paio di mesi gli account dei vari tools. Ho quindi potuto fare numerosi test su nostri clienti, su brand famosi e, in maniera incrociata, ho a sua volta analizzato la reputation di tutti questi tool.
Bene, la reputation di un “Reputometro” (termine coniato e registrato durante una delle nostre riunioni interne che mi ricorda molto Alberto Sordi e il Prof. Guido Tersilli) calcolata con i vari tool è sempre stata molto simile. Ovvero i vari sistemi generano valutazioni mediamente coerenti.
E questo vuol dire che, detto alla toscana, o ci “pigliano tutti” oppure, in egual misura, ci “pigliano tutti per i fondelli”.

 

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Musica, memoria e ricordi che non ci saranno più

Ore 15: sono in macchina che guido verso casa e dalla radio arriva “Chiedi chi erano i Beatles” -pezzo dei primi anni 90 degli Stadio-.
Insieme alle note appaiono i ricordi delle estati nelle quali, insieme ad un gruppo di baldi giovani, insegnavo tennis nei centri turistici.
I ricordi prenodono forma: gli altri maestri, i volti delle centinaia e centinaia di ragazzi conosciuti ai corsi e poi ancora la fatica a stare sul campo da tennis la mattina dopo una nottata di baldorie, le baldorie notturne, la moto che avevo, gli scherzi, i tornei, i brindisi…
Quante cose! Una buona mezz’ora di ricordi che mi fanno compagnia mentro guido e che a loro volta ne richiamano altri, alcuni confusi, alcuni molto nitidi ma comunque tutti “miei”. Storie che fanno parte della mia vita e che da qualche parte vivono nella mia mente in attesa di essere rievocati. Un piccolo scrigno che si è aperto con una chiave musicale e dal quale solo io posso attingere. Penso: “Guarda te come qualche nota ho messo in moto il mio cervello”; ho rielaborato informazioni ed emozioni, ho ripensato alle persone,
da un pensiero sono passato all’altro. Memoria, fantasia, pensieri, emozioni, ricordi e cervello; dicono che sia una buona cosa averli, tenerli accesi e farli funzionare.

Se queste stesse esperienze le vivessi oggi nel 2011, chissà come le ricorderei nel 2030, tra 20 anni: avrei probabilmente centinaia di foto sul mio PC di questo periodo e non dovrei sforzarmi per ricordare i volti delle persone; la storia della mia vita di oggi sarebbe certamente pubblicato su Facebook e Twitter (quello che ci sarà tra vent’anni).
Qualche cosa sul mio profilo, una quantità impressionante di informazioni sulle pagine di tutte le centinaia di ragazzi che incontrerei mese dopo mese:
la foto col maestro, il maestro che spiega, Federico che gioca; per qualcuno sarei quello bravo, per qualcuno quello cattivo. In ogni caso sarei qualcosa o qualcuno per centinaia e centinaia di ragazzi che lo condividerebbero in rete in maniera globale.

E a questo punto perchè sforzarsi di ricordare qualcosa?
Avrei tutto servito su un piatto d’argento, pronto, catalogato, classificato, immortalato ma soprattutto scodellato, senza nessuno sforzo di ricordare, senza nessuna fatica se non quella di rileggere passivamente la mia vita su un qualche aggregatore di contenuti che me la proporrebbe addirittura dai molteplici punti di vista di tutti coloro che avrebbero contribuito a creare il mio io digitale.

Fine di un sogno, fine dell’immaginazione, fine di tutto quello che qualche nota oggi è riuscita a far scattare.

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Un alieno alla BIT

Era un po’ che non scrivevo, non perchè non avessi idee ma perchè sommerso dalle cose da fare.
Colgo allora l’occasione delle 2 ore in treno di rientro dalla BIT (Borsa Internazionale del Turismo) per un paio di rifelssioni sulla stessa fiera.

Sono finalmente anche io un terrestre; l’anno passato presentando i progetti ai quali stavo lavorando, tutti
attinenti al mondo della comunicazione digitale, ai social media ed al mondo delle applicazioni per telefonini, riuscivo solo ad ottenere
smorfie e occhi strizzati che esplimevano un solo pensiero: “ma da dove viene questo qui?”; “di cosa sta parlando?”; “social cosi che?”.
Quest’anno invece alla BIT era tutto “super social”, “super iPhone” con addirittura un convegno dedicato a Facebook; magra consolazione
vedere che in media siamo 1 anno indietro rispetto al mondo, ma se non altro quest’anno nessuno mi ha guardato come se fossi un alieno.

L’altra considerazione è più che altro una conferma: la metà delle persone venute al nostro stand volevano venderci qualcosa.
E se l’anno passato andavano per la maggiore la pubblicità, le stampanti ed i siti web, quest’anno le proposte erano tutte orientate al social ed alle App:
il presidio di Facebook, l’Applicazione georeferenziata e l’analisi delle conversazioni.
Ed a tutte sempre una sola monotona risposta:”ce l’ho”, “ce l’ho già”, “è già in linea”, “l’abbiamo già fatto”, “ce l’ho”, “ce l’ho” e ancora “ce l’ho già”.
Una sola cosa forse ci manca… Poter dire “ci manca” :-)
Benvenuti nel nuovo millennio dove chi si ferma è perduto.

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Il RUP del Buzz

Sono il R.U.P. di un P.O.R. del C.R.E.O.
per fare Buzz, Seed e Clic. Sul Web.
Ed aggiungerei parapaponzi ponzi pè!

Questa è stata la mia attività principale negli ultimi mesi: conciliare il mondo pubblico dei RUP (rigoroso, formale, convenzionale) con la comunicazione digitale del Web (creativa, non convenzionale, virale).
E sapete cosa vi dico? Che non è stato facile ma alla fine il modo per far quagliare le cose l’abbiamo trovato.

Ed infine un test:
– Sapete cosa è il RUP o il POR? 99 su 100 siete un dipendete pubblico
– Conoscete Buzz, Clic e Seed? Il web è il vostro mondo
– RUP e BUZZ per voi sono solo “rumori” di una pancia vuota o troppo piena? Come vi invidio!!!
– Mangiate pane, RUP e Buzz? Mi sa che siamo vicini di stanza :-)

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Questa (s)mania di social

Se non sei social sei out.
Se non sei presente sui social sei indietro.
Se lavori nel web ed il tuo portale non è social non hai capito niente.

Bha!… ma sarà proprio vero?
Io non sono mai stato portato per le estremizzazioni, o meglio sono sempre stato portato per quelle fatte a ragion veduta.
Credo che le modalità, tecnologica, camunicazionale, economica e manageriale  con cui si gestisce un certo contesto dipendano molto non solo dalle mode o dalle frenesie, ma dagli obiettivi che vogliamo raggiungere e che possono essere i più svariati.
Non necessariamente gli ormai noti UGC (User Generated Content) sono utili in tutti i portali, così come è un errore dire che social network e broadcast devono sempre necessariamente convivere o che la produzione editoriale ormai sta tramontando.
Sarebbe un poco come dire che con l’avvento della radio nessuno avrebbe più letto il giornale o che l’arrivo della televisione avrebbe portato alla chiusura dei cinema. Sono tutti modelli che si sono evoluti e plasmati per coesistere in maniera più o meno, o per niente, integrata.

Ci sono talmente tanti fattori, momenti storici, culture ed abitudini (nuove e radicate) che fanno si che una posizione estremistica non abbia senso di esistere.

E ci sono poi modelli di riferimento che non sono replicabili. Facebook, Youtube, Twitter, non sono solo “dei social media”, sono “i social media”. Nessun scimmiottamento è possibile o può comunque produrre risultati apprezzabili.
Unica eccezione sono forse le vericalizzazioni tematiche che vanno a fare breccia nel cuore degli utenti (appassionati ad un tema ben specifico)  che considerano invece i grandi social media sistemi di relazioni troppo dispersivi.

Che ognuno stia nel suo!

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