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Euro, bit, card ed il digital divide

In questi giorni sto lavorando al progetto di una Card turistica “smaterializzata” ovvero, buttato via l’ennesimo plasticone da tenere nel portafogli, nella mia testa la nuova card è un insieme di servizi e prodotti che possono essere fruiti con il telefonino e su internet.
Audioguide, informazioni turistiche, meteo, eventi, blog e così via, fino a quando però non si inizia a parlare di bit o del vil denaro.

Forse pochi sanno che gli sms che quotidianamente utilizziamo e che stanno facendo la fortuna degli operatori telefonci sono nati in realtà con tutt’altro scopo. Erano stati infatti originariamente pensati come canale di servizio a strettissima banda ad uso degli operatori e da utilizzare per la gestione della rete cellulare.
Poi qualcuno per scherzo ha iniziato a mandare messaggini agli amici, siamo agli inizi degli anni 90, e con la liberalizzazione del mercato della telefonia, l’abbattimento delle tariffe e la vertiginosa crescita degli utenti telefonici, gli sms sono diventati a tutti gli effetti un canale di comnunicazione, caratterizzato addirittura da un proprio linguaggio ed utilizzato per i più svariati servizi; da quelli informativi, ai loghi ed alle suonerie.
Con un limite: gli sms erano, sono e resteranno un “canale di servizio a stretta banda” e quindi scordiamoci audioguide, multimedia o servizi più evoluti.

Il mondo va avanti, diciamo 10/15 anni, e le reti cellulari finalmente supportano la larga banda, la connessione veloce e quindi il fantastico mondo dei multimedia.
Ma spianata la strada della tecnologia, resta il muro delle tariffe. Non solo criptiche ma totalmente inappropriate per un utilizzo del telefonino come oggetto multimediale.

Il tempo passa e poco alla volta gli operatori decidono di puntare sul contenuto e dovendo necessariamente abbassare i costi di trasmissione,  finalmente arrivano le tariffe flat con le quali per un tot di euro al mese possiamo navigare, scaricare, sentire e vedere di tutto sul nostro telefonino.

E quindi tornando a noi, avanti tutta con la Card virtuale, forza con i video, largo alle audioguide.
Fonte: dalla Rete
Fantastico: davanti alle Mura di Lucca, sul mio telefonino, leggo la scheda descrittiva delle Mura, mi scarico ed ascolto 2 o 3 audioguide, vedo un bel filmato, con Google Maps cerco i ristoranti  e magari invio su un blog una bella foto di me davanti alle mura.
Il tutto incluso nella tariffa flat da 30 euro che io pago in bolletta.
Sì! perchè mi chiamo Federico! Ma se invece di chiamarmi Federico, Mario o Filippo mi fossi chiamato John, Hans o Pablo sarebbe stato ben diverso.
Quando infatti siamo all’estero, o uno straniero viene in Italia, le tariffe e le offerte speciali svaniscono e si trasformano in un oggetto misterioso chiamato “Tariffe di Roaming” grazie al quale navigare sul web non costa più 30 euro al mese ma 3 centesimi a byte.
Detto in questo modo probabilmente non vi dice niente; provo allora a tradurre con qualche esempio:
– una audioguida sulle Mura “pesa” 3 Mbyte. Ovvero 3 Milioni di Byte che al modico costo di 3 centesimi cadauno fanno: 3.000.000 x 0,03 = 90 euro
Facendo la stessa moltipicazione:
– un video sulle Mura (2,5Mbyte): 75 euro
– una navigata su Google Maps (1Mbyte): 30 euro
Totale 195 euro

C’è qualcosa che non torna. Secondo me anche questo è digital divide.

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E adesso tutti zitti!

In questa epoca in cui l’informazione è ridondante e spesso invasiva e non richiesta, ogni tanto un poco di silenzio non può che far bene.

Esistono degli apparecchi, uno in foto, che servono ad inibire il funzionamento dei telefoni cellulari in un raggio di alcune decine di metri.

Il loro principio di funzionamento è abbastanza semplice: inviano un segnale radio di disturbo sulle frequenze che vengono utilizzate dalle reti telefoniche.
In questa maniera, il segnare di disturbo, impedisce il collegamento dei telefonini alla cella radio dei gestori telefonici i quali rispondono alla situazione “marchiando” il telefonino come “non raggiungibile”.

C’è da dire che in Italia l’utilizzo di questi sistemi è proibito in quanto formalmente identificabile come causa di “interruzione di pubblico servizio” ma in realtà sono ormai molti gli esercizi commerciali ed i luoghi di ritrovo (ristoranti, teatri, cinema) dove misteriosamente il cellulare smette di funzionare.
Questi apparati si possono acquistare “alla luce del sole” in negozi specializzati che correttamente richiedono la presentazione di un nulla osta da parte dell’autorità giudiziaria. O in alternativa su internet, per poche centinaia di euro, da distributori esteri che li recapitano a domicilio tramite un semplice pacchettino.

L’utilizzo di questi sistemi è spesso utilizzato anche in azienda per impedire che una telefonata furtiva o un cellulare sempre in linea permettano fughe di notizie durante meeting e incontri riservati.

Una nota caratteristica: gli apparecchi, spesso della dimensione di un pacchetto di sigarette, hanno più antenne: una per ogni tipo di interferenza da generare (GSM, ETACS, UMTS, EDGE…).

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Mass Marketing: tutto intorno a noi

La tecnologia bluetooth è uno standard di trasmissione dati che negli ultimi hanno si è molto diffusa grazie alla sua semplicità d’uso.
Talmente semplice che molti di noi hanno nel proprio telefonino un ricevitore bluetooth senza saperlo e talmente stupida che le uniche opzioni che abbiamo a disposizione sono:
– accenderlo/spengerlo
– abilitare o meno la ricezione e la trasmissione di dati
E talmente standard che tutti i produtori la hanno adottata ed abilitata di default su tutti i dispositivi (cellulari, palmari, computer, notebook, stampanti, macchine fotografiche…).

Ma a che cosa serve?
Ancora più semplice: a scambiare dati tra apparati fisicamente vicini, diciamo dell’ordine di decine di metri, a prescindere dalla tipologia dei dati scambiati.

Sapete cosa vuole dire?
Che piazzando una batteria di trasmettitori in un’area affollata, uno stadio, una fiera, una mostra o semplicemente una via durante l’orario di punta, è possibile inondare di contenuti tutti quelli che passano vicino al trasmettitore e che hanno attivato l’opzione “ricevi” (spesso di default).
Video, audio, messaggi promozionali, fotografie, loghi, suonerie. Insomma un qualunque contenuto il nostro dispositivo sia in grado di visualizzare o riprodurre.


Nella foto un trasmettitore bluetootk.

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Ma che minchia di scoop!

Nei giorni passati ho letto su un paio di giornali e visto in tv uno scoop che mi ha colpito molto e quello che mi ha colpito, non è stata la notizia in se ma il fatto che questa veniva presentata come un evento eccezionale.
Nella mia testolina infatti associo al termine “scoop” un qualcosa di raro, sensazionale, inusuale o poco conosciuto.
Il tema erano le riprese fatte da alcuni ragazzi, una a tema “bullismo” ed una a sfondo sessuale.

La prima cosa che mi è venuta in mente vedendo i servizi è che chi li ha preparati, non conosce praticamente niente della Rete.

Mi spiego:
esistono in Rete, e tutti i ragazzi li conoscono molto bene, software che installati sul proprio PC permettono di condividerne i contenuti con altre persone.
E viceversa. Questo vuole dire che essendo questi software di file sharing (letteralmente “condivisione di file) installati ormai su centinaia di migliaia, milioni di PC in tutto il mondo, ci ritroviamo con l’avere a disposizione un immenso archivio di file.
Ma quali file? Musica, software, foto e filmati. Di tutti i tipi, di tutti i generi.

Faccio una prova in diretta, adesso: scarico ed installo sul mio PC “Emule”, uno dei software più diffusi che si installa in meno di 2 minuti, e mi metto a cercare qualche cosa con semplici parole chiave.
Alle voci “pompino + cellulare” oppure “pestaggio + liceo” oppure “gita + tette” (ovviamente in varie lingue, il web è internazionale) trovo migliaia e migliaia di video sull’argomento a partire dal 2005. Cioè vecchi di 3 anni!

Allora non venitemi a dire che un contesto che comprende ormai migliaia di casi e che si sviluppa da più di 3 anni è uno scoop. Forse è uno scoop per chi non conosce la rete e per chi, legato agli ambienti più tradizionali, la scopre adesso.

Casomai la riflessione dovrebbe essere fatta sul fenomeno complessivo, sull’atteggiamento e sull’utilizzo che i ragazzi fanno di queste nuove “armi di comunicazione di massa”. Ma questi forse sono temi troppo impegnativi e necessari di riflessione più profonda per essere discussi e che magari non fanno notizia quanto il singolo caso.
E’ proprio il caso di dire: “Ma che minchia di scoop!”.

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Evoluzione del linguaggio

Ke fai? ci si + tardi xchè ora std. ap.

Ovvero: “Cosa stai facendo? Ci vediamo più tardi perchè adesso devo studiare? A presto”.
Sapete dove sta la differenza?
Nel primo caso è il tipico testo di un sms inviato da un cellulare.
Nel secondo caso invece la frase è quella che si potrebbe dire al telefono, parlando faccia a faccia, o al limite in una email.
Ma la differenza non è tanto sullo scritto o sul parlato. La grande differenza è invece che un sms contiene al massimo 160 caratteri. E’ questo il vero vincolo che ci costringe ad esprimerci come trogloditi.
E se invece scrivessi:

che fai. ci si vede dopo.

ora studio :-(

vieni 😛

Questa è una email, la morte di qualsiasi forma di punteggiatura e regola sintattica. Della maiuscole e delle minuscole.
Ci si esprime per parole , si utilizzano gli “a capo” per interrompere la frase (al posto della punteggiatura) e gli emoticon “:-)” per trasmettere stato d’animo:
– il sorriso :-)
– dispiacere :-(
– :o) gioia
– 😛   (xxx-censura)

Avete poi mai notato come ci si esprime in chat ?
Un mix delle 2: parole contratte, sostituzione di sillabe, di parti o di intere parole (“ke”, “+”, “-“, “ap” al posto di “a presto”, “c6” al posto di “ci sei”, “b8” invece di “botto”, “dx” e “sx” sono “destra e sinistra”…).
E poi “a capo”, ripetuti “a capo” per prendere tempo al posto della punteggiatura e soprattutto una conversazione “asincrona”; un dialogo frammentato ed interrotto dalle altre attività che si stanno facendo.

Scrivo l’inizio di un messaggio, poi completo una email.
Riprendo il discorso con il mio amico e lo lascio a metà per rispondere al telefono.
Altre 10 parole in chat e magari vado a parlare con un collega.

Ma la stessa cosa vale per chi non lavora, in un vorticoso scrivo-telefono-scrivo-playstation-leggo-TV-scrivo-musica. O peggio ancora per chi chatta con più persone contemporaneamente.

Nell’era del digitale e del “real time” una delle forme di comunicazione più frequentemente utilizzate (la chat) ci riporta invece ai tempi del piccione viaggiatore: scrivo-aspetto-scrivo-leggo-aspetto-scrivo-aspettoleggo.

Sull’argomento se ne è detto e scritto tanto.
Io credo semplicemente che queste, che sono a tutti gli effetti nuove forme di comunicazione, non solo hanno un senso, ma rappresentano una modalità di comunicare spontanea e naturale e che come tale ha senso di esistere in determinati contesti ed a prescindere da qualsivoglia regola o forma preesistente.

E’ il linguaggio che si evolve.

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